Back to Top

IL PATENT BOX


IL PATENT BOX: che cosa c’è nella scatola? Come funziona? (esempi e considerazioni)

di Fabio Giambrocono


Il Patent Box è un meccanismo (complicato) di incentivazione per le imprese che producono reddito attraverso un utilizzo diretto di marchi e brevetti ed altri IP, oppure tramite la concessione a terzi di questi diritti incassando royalty.


In Italia non è mai stato  concesso alcun  incentivo fiscale per le aziende che conseguono redditi da marchi brevetti.


Queste imprese non ricevendo alcun incentivo a mantenere  marchi e brevetti in Italia, molto spesso costituiscono questi diritti direttamente in capo a società estere, spesso in paesi a bassa fiscalità  approfittando dell’estrema facilità con la quale un titolo di proprietà industriale può essere intestato ad un soggetto piuttosto che un altro.


La Legge di Stabilità 2015 ha introdotto delle modifiche sia al regime di credito d’imposta connesso alle spese di ricerca e sviluppo, sia ai redditi che scaturiscono dall’utilizzo o dalla licenza di titoli di proprietà industriale. In questo articolo ci occupiamo del secondo caso.


I redditi agevolabili possono derivare:

  • da una licenza d’uso di un IP a terzi, per cui il reddito agevolabile sarebbe costituito dalle royalty ottenute come corrispettivo della licenza;

  • dall’uso diretto degli IP, questo è il caso di un prodotto che incorpora l’invenzione brevettata; in questo caso  è necessario individuare per ciascun bene immateriale oggetto dell’opzione, il contributo al reddito dell’IP;

  • dalla plusvalenza ottenuta da una cessione a terzi del titolo di proprietà industriale.


Vi è da dire che il caso italiano é unico nel panorama europeo. L’agevolazione concessa travalica le linee guida OCSE. Vengono concesse agevolazioni non solo ai brevetti ed ai modelli, ma anche ai design anche non registrati, al know how, al software, per arrivare allo sconfinato mondo dei marchi.


É molto probabile che passato il primo quinquennio l’Italia sarà costretta a limitare le categorie di titoli di proprietà industriale agevolabili (escludendo ad esempio i marchi).


Le politiche europee tendono a limitare la “concorrenza più o meno leale” tra Stati nel concedere agevolazioni fiscali al fine di attrarre gli investimenti e gli insediamenti di imprese.


In Italia per agevolare l’uso e il rientro degli IP  è prevista una esenzione parziale dalla tassazione sia ai fini IRES che ai fini IRAP dei redditi derivanti da:

  • licenze a terzi di marchi brevetti o altri IP;

  • utilizzazione diretta di marchi e brevetti ed altri IP incorporati nei propri prodotti.

L’ esenzione è:

  • del 30% per l’esercizio 2015;

  • del 40% per l’esercizio 2016;

  • del 50% dall’esercizio 2017 all’esercizio 2019 compreso.


Le imprese che decidono di applicare ai propri redditi le norme sul Patent Box dovranno prendere una decisione irrevocabile che coinvolge tutto il quinquennio. Non vi sono garanzie che il regime di tassazione agevolata possa essere prorogato anche oltre il 2019. In sostanza il beneficio ottenibile è rappresentato dalla possibilità di escludere dal computo del reddito globale dell’impresa una quota dei redditi derivanti dallo sfruttamento di titoli di IP autoprodotti o acquisiti da terzi, ottenendo così un beneficio fiscale dato dalla riduzione dell’imponibile.


Sono soggetti al Patent Box:

1. imprenditori individuali (ditte individuali);

2. le società di persone (esempio, sas, snc, ma non le società semplici)

3. società cooperative e di mutua assicurazione;

4. enti commerciali e società di capitali residenti in Italia;

5. società ed enti di ogni tipo residenti in paesi con i quali vi siano i seguenti requisiti:

a) sia un paese che permette lo scambio di informazioni fiscali/bancarie con

       l’Italia;

b) vi sia un patto con l’Italia contro le doppie imposizioni.


Non sono soggetti al Patent Box:

1. le persone fisiche che non hanno un’attività d’impresa;

2. gli enti commerciali;

3. le associazioni senza personalità giuridica;

4. le società assoggettate a procedure di fallimento, liquidazione coatta e amministrazione straordinaria.


Vediamo ora le modalità con cui le imprese dovranno informare l’Agenzia delle Entrate della scelta dell’opzione “Patent Box”.


L'esercizio dell'opzione dovrà essere comunicato all'Agenzia delle Entrate ed è irrevocabile. Per le modalità di comunicazione aspettiamo ancora un apposito provvedimento del Ministero delle Finanze.


Probabilmente la comunicazione dovrà avvenire nei primi due esercizi successivi a quello che si chiude al  31/12/2014, quindi 2015 e 2016.


La comunicazione deve individuare il periodo di riferimento ovvero il periodo di imposta nel corso del quale è stata comunicata l'opzione e i successivi quattro periodi. Una volta scelta l’opzione questa diventa irrevocabile.


È anche possibile comunicare la scelta direttamente nella dichiarazione, ove probabilmente ci sarà uno spazio apposito.


Nel caso in cui il reddito agevolabile sia determinato mediante la procedura di Ruling all’Agenzia delle Entrate  (ossia in caso di utilizzo diretto del bene immateriale o di reddito derivante da operazioni intercorse tra società del Gruppo) l'opzione ha efficacia dal periodo d'imposta nel quale ricade la domanda di Ruling.


Nel caso, molto probabile, in cui l'azienda e l'amministrazione finanziaria non riescano a trovare un accordo nello stesso periodo d'imposta nel quale è stata presentata la domanda, l'azienda dovrà calcolare il reddito secondo il metodo tradizionale. Tuttavia è volontà dell'amministrazione finanziaria concedere l'agevolazione sin dalla data in cui questa è stata richiesta.

Quindi vi sarà la possibilità nella dichiarazione di indicare che è stato proposto un Ruling che individuerà I’importo agevolabile e che questo non si è ancora concluso.          


Vi è anche l'alternativa di presentare all'amministrazione finanziaria una istanza di rimborso oppure una dichiarazione integrativa  per i periodi di imposta trascorsi tra la domanda e la sottoscrizione dell'accordo di Ruling.


Le regole OCSE prevedono che i regimi di Patent Box, per non essere considerati delle pratiche fiscali elusive e dannose, devono essere applicati ad imprese che effettivamente operino serie e concrete attività di ricerca e sviluppo.


L’OCSE introduce il concetto di «nexus», ovvero di nesso necessario tra beneficio agevolabile e spesa complessiva qualificata in attività di ricerca e sviluppo.


Si stabilisce quindi che ogni agevolazione debba essere subordinata all’effettuazione di reali e serie  attività R&S per sviluppare un ben individuato IP appartenente all’elenco ammesso dal decreto.


Vediamo ora quali sono i beni immateriali che possono rilevare ai fini di ottenere l’agevolazione.


L'opzione per il Patent Box ha ad oggetto:

- disegni e modelli giuridicamente tutelabili; compresi i design non registrati;

- marchi in Italia ed esteri, registrati o in corso di registrazione;

- software protetti da copyright;

- informazioni aziendali e know how giuridicamente tutelabili;

- brevetti in Italia ed esteri di ogni tipo compresi i certificati complementari.


Entriamo ora nella parte più economica del Patent Box, la prima domanda che sorge spontanea è quanto può risparmiare un’impresa scegliendo l’agevolazione.


Non deve ingannare il fatto che il reddito agevolabile non coincide con il risparmio di impresa. Partendo dal fatturato esistono ben quattro “tagliole” che riducono in modo sensibile il risparmio di impresa.


Il Patent Box infatti non “opera” sul fatturato dell’impresa, ma lavora sui redditi che scaturiscono dagli IP. Dovremo quindi per prima cosa individuare gli IP sui quali chiederemo agevolazione e poi dovremo calcolare il contributo al credito di questi. Il tutto passa attraverso un meccanismo di calcolo basato su alcune operazioni che riassumo.

 



Calcolando in 100 milioni il fatturato di un'impresa relativo alla vendita di beni correlati agli IP bisognerà dapprima calcolare una royalty che immaginiamo essere del 5%. Si arriva ad un contributo al reddito degli IP pari a 5 milioni. Supponiamo che il rapporto tra costi qualificati e costi generali sia uguale a uno e quindi questa cifra non subisca decurtazione. Applichiamo a questa cifra l’ aliquota prevista per il 2015 e successivamente per il 2019. Portiamo in diminuzione il ricavato dalla nostra dichiarazione IRES e IRAP (rispettivamente 27,5% e 3.9%). Alla fine scopriremo che il vero risparmio per le aziende si aggira circa  tra i  400.000 Euro (2015) e  750.000 Euro (2019). Il risparmio globale in questo esempio è sotto 1%.

Mi sembra troppo poco per invogliare le imprese a far rientrare i titoli IP detenuti da società estere in paesi a bassa fiscalità.



Vediamo un primo caso relativo ad una licenza di brevetto concessa a terzi.

Vendite del terzo di beni incorporanti l’invenzione brevettata: 120.000.000

Royalty: 2,5 % sul prezzo di vendita ricavato della royalty al netto dei costi fiscalmente rilevanti, diretti ed indiretti relativi al periodo di imposta di competenza. Fatti i calcoli viene 3.000.000 Euro

L’agevolazione nel 2015 pari al 30%  sui 3.000.000 di Euro è pari a 750.000 Euro e 1.500.000 nel 2019.


Secondo caso.

Immaginiamo che in Lussemburgo vi sia una società che possiede un brevetto. Questa società licenzia il brevetto ad una società italiana terza per 100.000 Euro l’anno.

Il trattato contro le doppie imposizioni che vige tra Italia e Lussemburgo fa sì che la royalty pagata dalla società italiana alla società lussemburghese sia soggetta ad una ritenuta (a titolo di imposta) che viene applicata alla licenziataria italiana pari al 10%.

Quindi nel regime ordinario senza il Patent Box la tassazione applicabile sarebbe pari a 10.000 Euro.

Vediamo invece la stessa situazione sotto l’ombrello del Patent Box.

La società italiana pagherebbe 7.000 Euro nel 2015, 6.000 Euro nel 2016 e 5.000 Euro dal 2017 fino al 2019. Se non fosse prorogato il Patent Box dal 2020 in avanti il pagamento delle imposte tornerebbe a 10.000 Euro.


Terzo Caso.

Vediamo ora l’esempio dell’applicazione del Patent Box ad una cessione di brevetto.

Generalmente il brevetto è iscritto a bilancio a valore 0, nel caso questo sia stato autoprodotto e brevettato dall’azienda titolare.

Immaginiamo che il brevetto sia venduto a terzi nel 2015 per 300.000 Euro, in bilancio si avrà una plusvalenza dell’intera cifra ovvero di 300.000 Euro. Detta plusvalenza sarà interamente esente se almeno 270.000 Euro saranno spesi in attività di ricerca e sviluppo volte ad ottenere nuovi brevetti od altri titoli di IP entro il 31.12.2017. Non è ammesso il corrispettivo per l’acquisto di un brevetto. Quindi il re-investimento deve consistere in attività di ricerca sviluppo svolta direttamente dal soggetto oppure tramite università o start up terze rispetto al soggetto.

Non è chiaro che cosa succede se si reinvestisse una cifra minore. L'ipotesi più accreditata è che nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo di imposta in cui si sarebbe dovuto fare l’investimento (quindi due periodi di imposta successivi a quello della cessione dell'azienda) si dovrà indicare una variazione in aumento pari all'importo della plusvalenza che non ha concorso alla formazione del reddito nel periodo d'imposta di realizzazione.


La via dell’uso diretto del marchio o del brevetto.

Esaminiamo  ora il caso più difficile ovvero quello in cui l'impresa ha eseguito della ricerca ha prodotto internamente il brevetto o l’IP e ne faccia uso diretto. Quindi ad esempio vende un prodotto incorporante invenzione brevettata, il prodotto ha una forma esterna tutelata attraverso un design registrato e il tutto è contraddistinto da un marchio. In questo caso il reddito agevolabile, ovvero quello che scaturisce dall'utilizzo degli IP viene determinato in base ad una procedura di Ruling da proporre all’Agenzia delle Entrate.



La road map per capire il vantaggio fiscale e decidere se avviare la procedura di Ruling può essere così riassunta:


1) Stabilire se l’impresa che desidera l’agevolazione non sia tra quelle escluse ex lege

2) Individuare se esiste il «nexus»; ovvero  il nesso necessario tra beneficio agevolabile e spesa complessiva qualificata in attività di ricerca e sviluppo

3) Individuare i beni immateriali legati al reddito agevolabile. (es. Famiglia di brevetti).

4) Individuare i prodotti che incorporano i marchi, brevetti , modelli e design(e gli altri IP) sui quali si chiede l’agevolazione.

5) Nel caso su un prodotto insistessero più brevetti (o altri IP) effettuare il raggruppamento dei beni immateriali correlati ai prodotti.

6) Individuare il fatturato su base annua dei prodotti che incorporano i titoli di proprietà industriale oggetto di agevolazione.

7) Individuare il contributo al reddito dei beni immateriali (generalmente una royalty ideale) se necessario con una perizia esterna o con dati di transazioni comparabili.

8) Calcolare il rapporto costi qualificati/costi generali per giungere alla percentuale di reddito escludibile.

9) Applicare la royalty al fatturato annuo e calcolare il risultato.

10) Applicare il beneficio previsto dal fisco per l’anno di riferimento.

11) Applicare IRES e IRAP al risultato.

12) Individuare i costi per impostare una contabilità settoriale per gli anni successivi al 2015 per individuare le spese e il contributo al reddito riferibile a ciascuna famiglia di brevetti.


Vediamo il caso in cui un prodotto, o un metodo di produzione, sia tutelato da più brevetti o più diritti di IP. Possiamo considerarli un singolo bene immateriale ai fini dall'agevolazione?


Si pensi a una comune bottiglia di acqua minerale in PVC. Esistono dei brevetti sulla conformazione del tappo e del collarino ove il tappo si avvita, dei brevetti sulla conformazione del fondo "petaloide” con funzioni di resistenza allo schiacciamento, dei diritti sul design registrato sulla conformazione della bottiglia ed infine anche un marchio (o più di uno) che contraddistingue il prodotto finito.

Ognuno di questi diritti di proprietà industriale a sua volta  è in realtà costituito da una famiglia di diritti per via del cosiddetto principio della territorialità.

Parliamo quindi di due brevetti sulla stessa invenzione che formano due beni immateriali formalmente indipendenti tra loro. Quindi se sul tappo esiste un brevetto in Germania e uno negli Stati Uniti questi due beni immateriali sono indipendenti tra loro ma riguardano la medesima invenzione e sono incorporati sullo stesso prodotto.

Quindi nella nostra bottiglia possiamo considerare una famiglia di brevetti per il tappo, una famiglia di brevetti per il fondo, una famiglia di design registrati (ad esempio un design comunitario è un designer statunitense) e un marchio depositato ad esempio in venti paesi.

La domanda che ci poniamo è se tutti questi “ beni immateriali" sono da considerarsi collegati da vincoli di complementarietà?

Possiamo individuare vincoli di interconnessione e complementarietà in quanto partecipano tutti a tutelare il medesimo prodotto che è la bottiglia come ci appare al supermercato. La mia opinione nella fattispecie è dunque positiva.

Una volta individuato il bene immateriale o meglio l’insieme dei beni immateriali che saranno soggetti ad agevolazione dovremmo calcolare il fatturato dei prodotti che li incorporano.

Questa operazione equivale nella pratica ad individuare una royalty "normale” applicabile agli IP. La procedura è simile a quando valutiamo marchi e brevetti utilizzando il cosiddetto sistema delle “Royalty Ideali”.

Mi fermo su questo punto per qualche considerazione. Noi tutti sappiamo che le royalty sui brevetti sono mediamente più basse rispetto a quelle che si applicano ai design registrati e soprattutto ai marchi. Quindi nel caso della nostra bottiglia potremmo avere per esempio una royalty del 2% sui brevetti, una royalty del 3% sul design, è una royalty sul marchio che può tranquillamente superare il 5% soprattutto se si tratta di un marchio di rinomanza.

Quale sarà il contributo al reddito degli IP “correlati”? La prima risposta che viene in mente è la media matematica tra tutte le royalty. Tuttavia è facoltà del contribuente individuare (e scegliere) quali siano gli IP che concorrono all'agevolazione.

Aver inserito nel IP Box dei beni immateriali quali design registrato e marchio fatalmente porterà ad escludere dal computo i brevetti.

Quindi nell’esempio di cui sopra se io mi dimenticassi del brevetto e del design ma applicassi il Patent Box al solo marchio otterrei sicuramente un vantaggio in termini di quantità di reddito agevolabile.

Abbiamo visto che non  tutto il reddito che scaturisce dalla vendita dei prodotti incorporanti i beni immateriali è agevolabile fiscalmente ma solo una percentuale di questo.

Quindi ad esempio potremmo stimare  solo nel  5% del reddito pari all’ipotetico contributo al reddito dell’IP (la royalty ideale).

Questo 5% del fatturato può ancora ridursi in quanto deve essere applicato un altro coefficiente  ovvero il rapporto tra i costi qualificati e i costi complessivi.


Partiamo dai costi qualificati

I costi qualificati rientrano  nelle  attività  di  ricerca  e  sviluppo  finalizzate  alla  produzione,  allo  sviluppo,  al mantenimento,  nonché all'accrescimento del valore dei beni immateriali.

La legge e la Circolare Esplicativa individuano segnatamente Ie seguenti attività tra i costi qualificati:

1. La ricerca fondamentale, con ciò dovendosi intendere i lavori sperimentali o teorici svolti per acquisire nuove conoscenze,  ove successivamente  utilizzate  nelle attività di ricerca applicata e design.

2. La ricerca applicata, con ciò dovendosi intendere la ricerca pianificata per acquisire nuove conoscenze  e capacità,  da utilizzare  per sviluppare  nuovi prodotti,  processi o servizi  o apportare miglioramenti  a prodotti, processi o servizi esistenti, in qualsiasi settore della scienza  e  della  tecnica.

3.  lo  sviluppo  sperimentale  e  competitivo,  con  ciò  dovendosi intendere l'acquisizione, la combinazione,  la strutturazione  e l'utilizzo delle conoscenze e  capacita  esistenti  di natura  scientifica,  tecnologica,  commerciale  e di altro  tipo  allo scopo di sviluppare  prodotti, processi o servizi nuovi o migliorati.  Rientrano  in questa definizione  anche  le  altre  attività  destinate  alla  definizione  concettuale,  concernente nuovi  prodotti,  processi  o servizi,  e  i test,  le prove  e  le sperimentazioni  necessarie  a ottenere  Ie autorizzazioni  per la immissione  in commercio  dei prodotti  o l'utilizzo di processi  e servizi.  Rientrano  nello  sviluppo  sperimentale  la  costruzione  di prototipi  e campioni,  la dimostrazione,  la realizzazione  di prodotti  pilota,  i test e la convalida  di prodotti, processi o servizi  nuovi o migliorati,  e la realizzazione  degli impianti  e delie attrezzature a tal fine necessari.

4. Il  design,  con  ciò  intendendosi   le  attività  di  ideazione  e  progettazione   di  prodotti processi  e servizi,  ivi  incluso  l'aspetto esteriore  di essi e di ciascuna  loro parte.

5. L'ideazione e la realizzazione del software  protetto da copyright.

6. Le ricerche preventive,  i test e le ricerche  di mercato  e gli altri studi e interventi  anche finalizzati l'adozione  di  sistemi   anticontraffazione,  il deposito,  l'ottenimento  e  il mantenimento  dei relativi diritti, il rinnovo  degli stessi a scadenza, la protezione di essi, anche in forma associata e in relazione  alle attività di prevenzione delia contraffazione  e la gestione dei contenziosi e contratti relativi.

7.  Le attività di sviluppo dei marchi.

8.  Le  attività  di  presentazione,   e comunicazione e  promozione  che  accrescano  il carattere distintivo  e/o   la   rinomanza  dei   marchi,  e   contribuiscano  alla   conoscenza, all'affermazione commerciale,  all'immagine dei prodotti o dei servizi, del design,  o degli altri materiali proteggibili.


I "costi complessivi” invece sono dati dalla somma di:

- costi qualificati;

- costi da operazioni infragruppo;

- costo di acquisizione (inclusa la licenza) del bene intangibile.


Non rientrano nel citato rapporto (costi qualificati/costi complessivi):

- gli interessi passivi;

- le spese relative agli immobili;

- costi che non possano essere direttamente collegati ad un specifico bene immateriale.


Esaminiamo ora la frazione:

Costi Qualificati + Lift Up

____________________

Costi Complessivi


Al numeratore del rapporto sopra specificato, a regime si rinviene anche il valore derivante dal cosiddetto LIFT UP. Quindi il numeratore della frazione sarà composto da COSTI QUALIFICATI+LIFT UP.


Per individuare sia il numeratore sia il denominatore del rapporto tra costi qualificati e costi complessivi si deve operare come segue:


Il primo passo consiste nell’individuare tre valori:

  • Costi qualificati, ad esempio 200;

  • Costi intergruppo (eventuali), ad esempio 60;

  • Costi di acquisto del brevetto (eventuale), ad esempio 20.

Secondo passo si calcola il 30% dei costi qualificati che sono 200 quindi nell’esempio 60 (che è il 30% di 200); mettiamo da parte questo valore.


Terzo passo si confronta il valore ottenuto dal secondo passo (60) con i costi intergruppo (60) sommati ai costi di acquisizione del brevetto (20) e si sceglie il più piccolo. Si ottiene così il «LIFT UP» da inserire al numeratore. Nel nostro esempio 60 è più piccolo di 80 (60+20) e scelgo 60 come «LIFT UP».

A questo punto ho tutti i valori per calcolare la frazione:

 



ESEMPIO:

La società ROSSI sostiene costi di ricerca e sviluppo per 200.000 Euro l’anno. Il costo dell’acquisizione del brevetto è 20.000 euro. I costi intercompany uguali a 40.000.

Dobbiamo confrontare 20.000+40.000 con 30% di 200.000. Entrambe sono uguali a 60.000.

Denominatore: 200.000+40.000+20.000=260.000

Numeratore: 200.000+60.000=260.000


ESEMPIO:

La società ROSSI sostiene costi di ricerca e sviluppo per 200.000 Euro l’anno. Il costo dell’acquisizione del brevetto è 20.000 Euro. I costi intercompany uguali a 20.000 Euro.

Dobbiamo confrontare (20.000+20.000) con il 30% di 200.000 (che è 60.000) e scegliere il più piccolo.

Nella fattispecie confrontiamo 60.000 con 40.000 e scegliamo il più piccolo 40.000.

Denominatore: 200.000+20.000+20.000=240.000.

Numeratore: 200.000+40.000=240.000.


ESEMPIO:

La società ROSSI sostiene costi di ricerca e sviluppo per 200.000 Euro l’anno. Il costo dell’acquisizione del brevetto è 20.000  Euro. I costi intercompany uguali a 80.000 Euro.

Dobbiamo confrontare 80.000 +20.000  con il 30% di 200.000 (che è 60.000) e scegliere il più piccolo.

Nella fattispecie confrontiamo 100.000  con 60.000  e scegliamo 60.000.

Denominatore 200.000+80.000 +20.000 =300.000

Numeratore 200.000+60.000= 260.000


In conclusione mi permetto una serie di osservazioni. La prima riguarda la necessità di una procedura di “Ruling” per determinare quale sia il contributo al reddito dell'IP (nel caso un'impresa lo abbia prodotto in autonomia e sempre in via diretta lo abbia brevettato o registrato a proprio nome).

Si tratta di un imbuto che potrebbe vanificare tutta la operazione. Ad oggi ci sono non più di tre persone addette ai Ruling. Due dovrebbero essere a Milano è una a Roma. Chiunque abbia espresso opinioni su questo servizio me ne ha sempre parlato in modo entusiastico.


Sembra si tratti di persone preparatissime, determinate a identificare "la verità" evitando le forzature e le verità di comodo che spesso sono proposte dalle imprese.


Appare evidente che saranno migliaia le imprese che ricorreranno al Patent Box. L’ attuale formulazione di questo istituto permette l’ accesso praticamente a tutti. Tutti hanno un design non registrato, oppure un marchio o del know how.


Immagino che moltissime imprese proporranno dei Ruling intasando così forse il migliore servizio dell'Agenzia delle Entrate.


Sembra che con un apposito decreto del Ministero delle Finanze si potrà creare una "corsia preferenziale" per le piccole e medie imprese.

Quindi si può immaginare una procedura semplificata per questo tipo di aziende. Ad oggi tutti sappiamo che i “Ruling” conclusi sono meno di 30. Spesso è necessario aspettare oltre due anni per arrivare ad un accordo con l’Agenzia delle Entrate. Quindi il rischio è che si crei un “tappo” e che sia impossibile smaltire nei tempi del Patent Box la valanga di domande che si riverserà sui tavoli dell'Agenzia delle Entrate.


È notizia recentissima è poco conosciuta, ma proveniente da fonte autorevolissima,  che sarebbero quarantacinque i nuovi funzionari preposti all'analisi della documentazione del Patent Box. Si tratta di giovani laureati in economia e commercio che affiancheranno e potenzieranno le risorse oggi disponibili.


La seconda questione riguarda l'utilizzo del marchio e il nesso o se si preferisce il "Nexus” secondo il linguaggio dell'OCSE.

Prendiamo ad esempio il marchio famoso di uno stilista di moda che opera supponiamo da vent’anni. Vi è sicuramente della ricerca ogni dal momento che anno si studiano nuove collezioni. Si pagano designer, si cercano tessuti. Quando la collezione è pronta vi è una chiara correlazione tra le spese di ricerca e di design e i vestiti che sfileranno. Ogni vestito è probabilmente “un design non registrato” oppure registrato in una minoranza di casi. Oltre a questo sulla collezione vi è sicuramente il marchio dello stilista.


Ci sono tutti i requisiti per chiedere il Patent Box sulla nuova collezione.


Se dovessimo considerare il contributo al reddito dato dal marchio di un grande stilista possiamo individuare valori che vanno dal 5% al 15%. Questo è il range normale di royalty per i grandi stilisti. Quindi se ipotizziamo una collezione che ha fruttato di 100.000.000  possiamo identificare 10 di questi 100.000.000 come scaturenti dal contributo che il marchio dalle vendite dei prodotti. (Ho applicato una royalty ideale del 10%)


Esiste, ci chiediamo, il Nexus tra le ricerche per la nuova collezione il marchio?

Stabilito che questo marchio può essere nato una ventina di anni prima o anche più. Il valore della royalty individuata al 10% è dato dalla fama che il marchio ha apportato per tutti questi vent'anni e non certo dalla fama acquisita dall'ultima collezione. Mentre il Patent Box mette in relazione le spese per la ricerca e i ricavi che scaturiscono dal marchio degli ultimi tre anni. Il reddito agevolabile a volte si riferisce addirittura ad un anno solo.


Come tratterà l’Agenzia delle Entrate un marchio anziano? Si aggrapperanno al Nexus per ridurre in modo drastico la percentuale della royalty ideale ovvero del contributo del marchio alla reddittività?


Quello che è sicuro è che il marchio potrebbe essere il "principe" del Patent Box in quanto sono normali sul marchio royalty più elevate rispetto ai brevetti. Come si comporterà l’Agenzia delle Entrate di fronte a richieste di applicazione del Patent Box costituite prevalentemente da molti marchi e da pochi brevetti?


Stesso discorso per i brevetti (non chimici). I costi di ricerca sono sostenuti prima della brevettazione. Magari dieci anni fa mentre il brevetto produce reddito oggi. Come si comporterà l’amministrazione fiscale nel vedere detratti solo i costi delle annualità o giù di li?


Ulteriore perplessità riguarda il know how.


L’espressione “know-how” ricomprende comunemente quell'insieme di nozioni che integrano, migliorano e rendono applicabile un metodo o una tecnologia in un determinato settore, la cui sperimentata applicazione fa conseguire a chi la utilizza un migliore sfruttamento delle proprie capacità produttive. Spesso lo sfruttamento dell'informazione permette la risoluzione di piccoli o grandi problemi di produzione, minori errori, minori inceppamenti della linea di produzione, minor ricorso a manutenzioni straordinarie e più in generale un cospicuo risparmio di costi dovuto all'immediata applicazione della tecnologia saltando quel periodo di rodaggio che nei nuovi impianti può durare mesi o anche anni. In questi termini, il know-how può costituire un asset, suscettibile anche di una considerevole valutazione economica, che permette al titolare di poter disporre di un vero e proprio vantaggio competitivo nel proprio settore. Il know-how viene tradotto in italiano talvolta con l’espressione “conoscenze o informazioni aziendali” ma nel nostro mondo la norma è “informazioni segrete” talvolta dette anche “informazioni riservate”.

La Legge, agli artt. 98 e 99 del D.Lgs. 10 Febbraio 2005 n. 30, pone queste informazioni sotto il diretto controllo dell’imprenditore. Si dice, quindi, che il Know how è oggetto di tutela per le informazioni aziendali con le seguenti caratteristiche:


Art. 98CPI

Oggetto della tutela


1.  Costituiscono  oggetto di tutela le informazioni aziendali e le esperienze tecnico-industriali, comprese quelle commerciali, soggette al legittimo controllo del detentore, ove tali informazioni:

a) siano  segrete,  nel  senso  che  non siano nel loro insieme o nella   precisa  configurazione  e  combinazione  dei  loro  elementi generalmente  note  o  facilmente  accessibili  agli  esperti ed agli operatori del settore;

b) abbiano valore economico in quanto segrete;

c) siano  sottoposte,  da  parte  delle  persone al cui legittimo controllo  sono  soggette,  a  misure  da  ritenersi  ragionevolmente adeguate a mantenerle segrete.

2.  Costituiscono  altresì oggetto di protezione i dati relativi a prove   o  altri  dati  segreti,  la  cui  elaborazione  comporti  un considerevole  impegno  ed  alla  cui  presentazione  sia subordinata l'autorizzazione  dell'immissione  in  commercio di prodotti chimici, farmaceutici o agricoli implicanti l'uso di nuove sostanze chimiche.


Mi  chiedo a questo punto come nella procedura di Ruling si potrà distinguere il know how tutelabile ovvero quello segreto o di difficile reperimento, da quelle che sono invece le normali conoscenze che tutte le imprese hanno. Il problema del know how risiede quasi sempre nella sua individuazione. Tutte le imprese dicono di avere del know how, ma ben poche hanno del know how che coincide con quello dell'articolo 98 del Codice della Proprietà Industriale.


Dovremmo svelare il nostro know how all'Agenzia delle Entrate? Sarà sufficiente affermare che lo abbiamo? Dovremo in qualche modo identificarlo? Ci basterà affermare che il Know How è segreto o di difficile reperimento? Dovremo dare delle prove?


È mia opinione che avendo introdotto il know how, il design non registrato, il marchio in quello che avrebbe dovuto essere un “Patent Box” abbiamo fatto il solito pasticcio italiano dove nessuno può avere certezze su quella che sarà l’agevolazione. Come al solito questo clima di incertezza, la non chiarezza della norma e la sua complicazione intrinseca saranno a mio avviso fonte di sterile dibattito prima, e di incertezza totale poi.